L’insostenibile leggerezza delle insalate
Ricordo che ventanni fa… minuto più minuto meno, ho sentito dire per la prima volta in televisione durante un dibattito: “ Parla come mangi”! Avevo poco più di quindici anni e quell’espressione mi ha folgorato. Ho subito pensato a milioni di mascelle nel mondo che masticano e indifferentemente dalle bocche escono suoni, voci, parole che per molti significano qualcosa. Già, il mondo… forse il miglior romanzo, la miglior storia di sempre è stato scritto in cucina, in un semplice piatto, in una scodella, dove l’infinità di parole è rappresentata dalla molte foglie colorate, dalle tante verdura, con forme e gusti diversi. Sono convinto che la nostra storia, quella della nostra società,è scritta in tutti i piatti d’insalata, è a lei che andrebbe donato il premio Nobel per la letteratura. Tutte quelle foglie rappresentano qualcosa, tutti quei colori, quelle untuosità trasparenti, dal gusto amaro, così come sa esserlo la vita senza amore, la vita senza sale, senza quell’olio di gomito necessario. In quel piatto d’insalata ci sono le storie di ognuno di noi, convulse, amalgamate con tutto quel che serve e poi quelle foglie di superfluo che escono dal piatto. Ecco, quell’involucro è forse il miglior romanzo di sempre, una storia che non vuole parole per essere raccontata, ma vuole solo foglie, verdure, perché le verità per essere raccontate hanno bisogno solo di un piatto…. E noi che pensiamo ai libri…
L’architettura di un rapporto….
Una coppia di cari amici sono stati recentemente a Valencia per una breve vacanza. Partiti uniti, tornati più che mai divisi, e tutto per colpa di una città, di un architetto, Santiago Calatrava. Qualcosa nel loro viaggio non ha funzionato….. e forse quel qualcosa è proprio la rinnovata architettura della città di Valencia, forse… Convivono da quasi due anni, affiatati, sereni, molti interessi in comune, lei romantica, morsa dal morbo della curiosità, appassionata d’arte contemporanea, lui più tradizionalista, appassionatissimo del cinema di Ken Loach, lettore de Il Manifesto. Idee politiche comuni, quelle di lui più integraliste, mi ha raccontato con un certo compiacimento, che si è sentito osservato un po’ da tutti quando durante il volo ha tirato fuori il Manifesto, mentre lei nel corso del breve viaggio ha sfogliato una rivista di architettura dove si parlava di Calatrava. Il Venerdì pomeriggio durante il primo tour fotografico della Citta delle arti e della scienza (Ciudad de las Ciencias y las Artes) pare siano incominciati i primi dissapori, a lui ricordava la follia del teatro di Artaud, il quale elaborò il “teatro della crudeltà”. Ecco, per lui l’espressione dell’architettura di Calatrava è la perfetta rappresentazione di una società repressa da disturbi nervosi….proprio come Artaud, mentre per lei Calatrava rappresenta il dissenso a fronte di un mondo così omologato e standardizzato. Un tempo le popolazioni costruivano templi per ingraziarsi la benevolenza degli dei, mentre oggi rispondono a logiche di folle speculazione, ha indugiato lui. Con il tuo metro gli egizi non avrebbero nemmeno costruito piramidi, espressione architettonica folle per il loro tempo, la follia è nell’arte ed è parte integrante dell’arte… riporto testualmente la tesi di lei. La discussione si è protratta il Sabato e la Domenica in fase di rientro in Italia. Ci siamo sentiti per telefono nel corso di questa settimana…. La loro polemica si è un po’ allargata su altre faccende private, ma se l’architettura del loro rapporto è pericolante, vuoi vedere che c’è lo zampino di Calatrava?
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